OPERE
Alcune opere create
dal 1999 al 2011
Configurazioni e segni: frammenti di un passato che intrecciano enigmatici il presente. La potenza magnetica di una pittura evocatrice, potente e contemporanea. In queste opere si manifesta il legame di reciproca appartenenza fra l'Uomo e la sua storia. Sono i dipinti di Moreno Bondi, belli e sconvolgenti..... L’esperienza pittorica di Moreno Bondi (Carrara 1959) prende l’avvio dall’indagine sulla pittura dei grandi maestri, dallo studio dei loro lavori potenti per le suggestioni e rigorosi per gli equilibri formali e compositivi. "Quelle del passato -sostiene- sono opere in grado di coinvolgere la totalità dell’individuo, nei sensi e nella mente, per la bellezza della pittura e per la valenza simbolica ed intellettuale". Di fronte a tale eredità culturale -intimamente avvertita come comune patrimonio dell'Uomo- è nato nell’artista l'impegno testardo e sofferto nel realizzare opere (dipinti e sculture) che –pure fortemente attuali- si ponessero in continuità con la tradizione. "La sua pittura –commenta lo storico dell’arte Antonio Paolucci- fa pensare ad uno specchio in cui si riflettono le icone dell’arte antica, solo che lo specchio è rotto. Riflette Michelangelo e Caravaggio in disarticolati frammenti (...) che vengono ricomposti secondo un ordine straniante".
Recensioni
- APOCALISSE ATTO PRIMO
DI JANUS
È notte. Un uomo cammina nella notte. La notte è dentro di lui. Le città sono morte. Gli uomini sono scomparsi. L’uomo cammina tra alberi di pietra, tra sculture che assomigliano a uomini, tra uomini che sembrano sculture. Si chiama Moreno Bondi, è il pittore Moreno Bondi, ma è anche qualche altra cosa: è un uomo che cammina nella notte, entra ed esce dalla notte, cammina e sogna. Ci fu un’alba e ci fu un tramonto. Tra questi due estremi c’è stata un’esplosione di colori, ma poi questi colori si sono deposti sulle sue tele, si sono aggrumati e si sono disciolti, sono diventati fluidi e nello stesso tempo anche ardenti, sono diventati acqua e fuoco, sono diventati ali e drappi sontuosi, sono diventati divinità della notte, uomini e donne nude che si sono risvegliati un momento prima e si sono ritrovati nella dimensione che il pittore ha creato sulla tela intorno ai loro corpi. Per dipingere i suoi quadri Moreno Bondi ha camminato a lungo nella notte, anche nel giorno, naturalmente, anche nella luce, ma la notte si addice di più alle sue creature. Moreno Bondi è andato alla ricerca di luoghi sconosciuti per poter tracciare quei segni sulla superficie dei suoi quadri come un negromante. Ha iniziato questo percorso molti anni fa. Non è stato soltanto un percorso, ma un’iniziazione. Probabilmente ha indossato per lunghi anni un cilicio prima di arrivare a fare chiarezza nella sua opera. Non pretendiamo di affermarlo con assoluta certezza, il cilicio è una cosa segreta che nessuno può vedere, che nessuno deve vedere, appartiene all’intimità di ogni individuo. Non sono soltanto i santi che lo portano nascostamente sotto il loro saio o il loro abito, lo portano anche i pittori, un cilicio metafisico, naturalmente, un cilicio invisibile. Apprendere veramente la pittura, le sue tecniche più raffinate, come ha fatto per lunghi anni Moreno Bondi, i suoi segreti, in che maniera mescolare i colori, è come portare un cilicio. Anche Francis Bacon probabilmente lo portava, molti altri pittori lo hanno fatto, ma non oseranno mai confessarlo. Non importa. Non vogliamo essere così indiscreti, ma quella pittura così ordinata apparentemente, così sofisticata porta le tracce di questo immaginario strumento. C’è sulla pelle delle sue figure qua e là una cicatrice, che il colore cerca di ricoprire, un tatuaggio, il ricordo d’una ferita, una mutilazione invisibile. Spesse volte – lo noterete spesso – i suoi personaggi si nascondono. Il loro corpo o la loro testa affondano nelle tenebre e sembrano scomparire. Qualche volta le mani si protendono intorno ai loro corpi nel tentativo di sottrarsi alla curiosità o all’indiscrezione dello sguardo.
Il pittore ha intrapreso questo lungo viaggio nella notte alla ricerca dei loro volti nascosti, alla ricerca dei loro sentimenti repressi o rimossi. Attraversa fiumi, ma non sono fiumi d’acqua, sono fiumi di fuoco, fiumi incandescenti. Non hanno ponti. Bisogna attraversarli a piedi nudi. Dove credeva di trovare un’acqua cristallina, trova invece un magma multicolore che si addensa sulla sua pelle. La notte si è dissolta nei pigmenti che scorrono densi e profondi dalle cavità delle rocce. Uomini nudi, donne nude escono dal fiume, si arrampicano lungo le sue sponde, vengono divorati dalle ombre circostanti. Li ritroveremo dentro i suoi quadri. È già l’inizio d’un pensiero che diventa pittura e che diventa storia. Il pittore segue le loro orme. Conducono verso una città che sorge in lontananza, composta di altissime pietre, di torri, di obelischi, di blocchi di marmo che si dissolvono, ma prima di dissolversi prendono forme strane, bizzarre, diventano idoli. Il pittore passa attraverso le strade di questa città. Quelle strade gli ricordano qualche cosa, come se le avesse già viste, come se le avesse già percorse e abitate. Non è una città irreale, non è una città fantasma, ma è la città che tutti gli uomini hanno abitato dall’inizio del mondo, le città del passato e le città del futuro. I suoi edifici e le sue torri sono quelli di tutte le età. Lungo quelle strade passano ombre, il pittore deve raccoglierle ad una ad una per poi metterle nei suoi quadri, per non dimenticarle, come se fossero composte di pulviscolo rossastro. Il pittore crede di sognare ed invece è desto. Lungo le sue facciate si aprono cunicoli, aperture, squarci, bocche spalancate nella pietra. Nel loro interno scorrono le immagini che prenderanno poi forma nella sua opera. Dentro l’anfratto di quelle mura vede passare angeli. Sono buoni o cattivi? Il pittore ancora non lo sa, ma il suo desiderio è quello di catturarli. Non è un’impresa facile. Questi angeli appartengono alla memoria. È la memoria che li conduce dentro la dimensione metafisica della sua pittura, dentro uno scrigno denso di colori che il pittore ha preparato per accoglierli. La sua pittura diventa uno specchio, il loro specchio.
Vede sullo sfondo uomini incappucciati che vanno verso una sorgente di luce. Vede un uomo ripreso di schiena che li osserva passare. Vede processioni di penitenti, di afflitti, ma anche di gaudenti, come scene tratte da un Purgatorio immaginario.
Vede una donna nuda, il corpo reclinato in avanti. Sostiene sulla schiena una torre-obelisco. Anche la donna nuda è in sostanza un obelisco. Nel suo interno sono probabilmente racchiusi gnomi e giganti e altri fantasmi. Quella donna è anche un tempio, probabilmente è il santuario dell’Eros. Sta compiendo un sacrificio misterioso, segue il rituale di qualche religione esoterica, ma non sappiamo se poi quella donna veramente crede, se ha fede, o è invece una maga o una strega che attira i viandanti.
Vede una donna nuda che sale i gradini d’un tempio dalla forma di piramide. È un’ascesa verso il nulla o verso il tutto. Vede altre figure che si sottraggono allo sguardo e che hanno alle spalle una specie di costruzione megalitica.
Vede Poseidone uscito dalle acque, ha in mano un enorme tridente, il corpo possente sembra imprigionato dalla sua stessa arma. Il suo corpo è vibrante di luce, di sensualità, di rabbia. Sta ai confini tra il mondo cristiano ed il mondo pagano. È ancora un selvaggio. Non è stato ancora addomesticato. È uscito dalla natura, ma non sembra che ami troppo la natura. Vorrebbe forse dimenticarla. Ha conosciuto la violenza e la violenza è rimasta impressa sul suo corpo. È un dio, ma non lo sa. Essere dio è molto complicato, produce troppa sofferenza. Vorrebbe essere semplicemente un uomo, ma anche gli uomini sono causa di terribili problemi.
Vede Psiche che ha creduto d’essere stata amata da un mostro o da un orrido serpente, ma alla fine ha scoperto d’essere stata tra le braccia d’una bestia dolcissima, come dice Apuleio. Questa scoperta non produce nessuna felicità per entrambi. Psiche è andata raminga per il mondo, Amore giace ferito e spossato sul letto. Il pittore scopre alla fine che non si sono salvati, come racconta la favola, anche se sono abbracciati l’uno all’altra con aria infelice.
Vede anche un angelo che sbuca dalla fenditura d’un muro come se uscisse da un sepolcro. Vede corpi umani schiacciati da una specie di macchina di tortura: sono in realtà imprigionati nella materia. Vede altri corpi che prendono la forma d’un tempio, corpi che escono da sculture di marmo
Vede perfino una bianca scultura di marmo diafano, quasi trasparente, vibrante come uno strumento musicale, una scultura antropomorfa, conficcata proprio nella tela, nel centro vorticante di quattro donne nude che sembrano trascinate dal vento. Quelle immagini così audaci, così inconsuete, vorrebbero preannunciare una specie di pace, la scultura di marmo sembra rappresentare l’Annunciazione, ma le quattro figure femminili sembrano provenire dall’inferno, forse da un inferno dolcissimo, ricordano un poco il volo terribile di Paolo e Francesca narrato da Dante. C’è, sì, la stessa pietà, ma intorno a quelle quattro figure c’è il ricordo d’un peccato antico, indecifrabile, incomprensibile. È un ritorno concreto verso l’esercizio della scultura che Moreno Bondi aveva già praticato molti anni fa all’inizio del suo percorso artistico e che non ha mai veramente dimenticato e che affiora con tanta frequenza nella sua recente pittura.
Vede il dorso nudo d’una donna prostrata ai piedi d’una figura interamente ricoperta da drappi impenetrabili, dai quali spunta soltanto una mano benedicente, protettiva e possessiva, forse anche ammonitrice, ma la scena è profondamente erotica. La figura dentro il drappo offre una benedizione o una assoluzione?, o una condanna?, oppure appartiene ad un oscuro tentatore? È difficile scegliere tra tutte queste ipotesi, ugualmente valide. La donna nuda è stata costretta ad una sottomissione?, nasconde invece il suo volto per compiere una vendetta?
Vede anche il corpo luminoso d’una donna che attraversa lo spazio. Il suo corpo si confonde con una testa equina.
Vede una tenaglia che apre le sue fauci. Sembra uscita da un corpo nudo. Vede un totem ed intorno esseri umani in adorazione. Vede conchiglie che hanno l’aspetto di gioielli o di amuleti. Vede quattro sirene che escono dall’interno di quattro torri, sono per metà architettura e per metà membra palpitanti di sensualità. Vede centauri che cercano di uscire dalle strette del mito, benevoli ed aggressivi.
Vede molte altre scene simili. Vede le storie che ha raccontato molte volte nei suoi quadri. Vede la notte che diventa luce e la luce che diventa notte. Vede, ed il suo vedere è conoscenza ed anticipazione. Ma dove abbiamo già incontrato questa espressione? Nell’Apocalisse di Giovanni: “Ho visto sette lampade d’oro”, “Ho visto un libro… sigillato con sette sigilli”, “Ho visto un angelo”, “Ho visto quattro angeli”, “Ho visto una bestia sorgere dal mare”, “Ho visto i morti”.
Ma abbiamo incontrato questa espressione, quasi simile, nella Divina Commedia, poema teologico per eccellenza: “Vedea la notte”, “Vidi la bestia” (come nell’Apocalisse), ma anche: “… io vidi de le cose belle / che porta il cielo…” (così conclude l’Inferno).
L’Apocalisse sembra il poema dell’esaltazione mistica (ed erotica), ma anche dell’erranza dell’anima. Il pittore sembra ricordarsi di questi versetti nei suoi quadri: “In quei giorni gli uomini cercheranno la morte e non la troveranno, vorranno morire e la morte li fuggirà”, ma anche “Il cielo era nero come un sacco di crine, tutta la luna sembrava di sangue” ed alla fine “Ho visto quattro angeli in piedi ai quattro angoli della terra..”, “Il quinto angelo suonò la tromba, ed ho visto una stella che era caduta dal cielo sulla terra. Gli è stata data la chiave del pozzo dell’abisso” e per concludere: “Ed ho visto un altro angelo possente discendere dal cielo, vestito di nubi, l’arcobaleno sulla testa, il suo volto come il sole ed i suoi piedi come colonne di fuoco”.
Angeli che vogliono diventare uomini e uomini e donne che vogliono diventare angeli si inseguono nella sua pittura. È stato anche detto in un antico poema indù, del IV secolo: “Là, dove la terra brucia… e l’acqua dell’oceano si prosciuga, quali discorsi si fanno sul corpo? Se vi è assenza d’immortalità per gli dèi, il cui corpo ha la stessa natura del diamante, quali timori dovrebbero nutrire gli altri esseri dotati di un corpo, ma vuoti come il midollo di un albero?” (Pañcatantra, Guanda ed., traduz. Giovanni Bechis). Non si sa mai bene se questi corpi sono mortali o immortali, se hanno già fatto l’esperienza della morte e della resurrezione, se sono in bilico sopra un abisso nell’attesa che questa pittura li salvi, ma certamente il pittore li ha trasfigurati. Potremmo meglio dire trasumanare (come ha già detto Dante, per esempio, Trasumanar significar per verba / non si porìa, e come ha ripetuto Pasolini).
Troviamo tutti questi segni anche nei suoi quadri, nella fascinazione dei corpi che mutano natura, nell’anima che si dibatte nelle membra. Moreno Bondi è un pittore religioso? È religioso come potrebbero essere religiosi i Canti di Maldoror di Lautréamont. È un mistico? Neanche. È un pittore che guarda il passato e lo rivive dentro la sua pelle, è un pittore che vuole catturare il passato e che ha l’ambizione di ricondurlo nel tempo presente. È un evocatore di spiriti antichi, di angeli, ma anche di creature terrestri che si offrono o si sono già offerte, che hanno peccato e non l’hanno dimenticato, che non vogliono dimenticare.
I rapporti con la religione, almeno con la nostra religione, e l’arte sono assai controversi ed antichi. Capita anche in altre religioni, ma nella nostra spesso ha rappresentato una lacerazione (Caravaggio insegna). Lo stesso Cristianesimo, religione di origine orientale, nata in Palestina, terra di terribili contrasti ed anche di orrendi delitti, ai suoi inizi sembra solo una branca del Giudaismo, quasi un’eresia del Giudaismo, uscita dal cuore più ardente e polemico del Giudaismo. Poi lentamente questa eresia si è allontanata dalle sue radici, si è immersa nella lingua e quindi anche nella cultura greca, trasmigra infine in quella latina. Quelle due lingue hanno traghettato una religione orientale dentro l’anima scettica dell’Occidente, l’hanno fatta transitare dalle sue forme arcaiche nelle sue forme moderne. Il tragitto è durato secoli, forse non è stato ancora concluso, ma ha intanto prodotto un risultato inaspettato che riguarda proprio l’arte: dall’astrazione geometrica puramente orientale è approdata alla figurazione, è diventata visibile non soltanto attraverso le idee, ma attraverso la lunghissima iconografia costituita dalle infinite opere d’arte, dalla pittura paleocristiana fino alla pittura di Moreno Bondi, che possiamo leggere ed interpretare anche come il continuatore di quella iconografia di carattere devozionale, ma anche d’un misticismo intriso di sensualità. È questa la conclusione d’un lungo percorso estetico. Bisogna passare attraverso molte tappe intermedie per approdare alla lucentezza di questa pittura, per riportare la figura, così tanto bistrattata, in auge, nel posto che le spetta di diritto nella storia dell’arte moderna. Anche questa è una fondamentale trasformazione (ed interpretazione) iconica e fenomenologica: il pittore ripete quella stessa esperienza che passa dalla lingua greca alla lingua latina e dalla lingua latina a tutte le lingue occidentali moderne. Se il Cristianesimo fosse rimasto rinchiuso a Gerusalemme non avrebbe potuto ottenere lo stesso successo. Passando per Atene e poi per Roma ha conquistato il mondo ed alla fine ha permesso all’arte di raccontare la sua storia. La pittura di Moreno Bondi, volente o nolente, deve fare i conti con queste drammatiche origini: sembra un po’ nata a Gerusalemme, nei paraggi dell’Apocalisse, conserva in sé qualche cosa dell’arcaismo originale, del vecchio dramma della creazione, per sbocciare alla fine in una iconografia moderna, fatta anche di sapere scientifico, di un’alta elaborazione spirituale. Lì dentro c’è anche l’antica tentazione, la fuga, l’esilio, l’espulsione e il ritorno. È come se i suoi angeli si fossero nutriti della filosofia patristica, avessero per modello i demoni danteschi, aprono e chiudono le porte d’un paradiso contemporaneo, illuminato dalla psicoanalisi. È in definitiva una pittura sapienziale. È come se Bondi traducesse le sue immagini dall’aramaico o da qualche altra lingua ancora più antica, dalla lingua misteriosa degli Angeli o dei Dèmoni, dalla lingua che si parla in fondo al mare o nell’Ade, la lingua del Tempo. I suoi quadri accompagnano il transito delle anime. È come sfogliare il libro sacro dei Salmi, un salterio miniato o il Libro dei Misteri che solo Pitagora sapeva leggere: parole sacre e parole profane. È il trionfo della Notte che genera una nuova vita, cioè una nuova idea della figura umana.
Forse potremmo parlare per Moreno Bondi d’una religiosità pagana, d’una pittura pagana, d’una pittura straordinariamente intrisa d’umanità. Non ci siamo mai liberati, fortunatamente, del paganesimo che è in noi, che perfino il Rinascimento cristiano non ha mai dimenticato, come non potremmo mai liberarci del nostro subconscio. È lì, nelle tenebre, giace nella nostra mente, lo vediamo riaffiorare anche in questi quadri. La filosofia vorrebbe forse addomesticare i mostri che sono in noi, ma poi arriva un pittore, abbiamo già detto che si chiama Moreno Bondi, e rimette tutto in discussione, si mette a giocare metafisicamente con le categorie del peccato e della tentazione e ci accorgiamo che le ama entrambe, sono tutte dentro la sua pittura che finge d’essere antica per approdare ad un più profondo conflitto umano. Potremmo anche dare un nome a questa pittura: fondazione e rovina, rovina e fondazione. È sempre in bilico tra seduzione e vendetta: la seduzione della bellezza, ma anche la vendetta o la punizione del tempo che rifiuta di tacere e soprattutto di passare. Vuole essere sempre presente anche se sono passati millenni dall’inizio dei tempi. La nostra cultura ha sempre negato l’immobilità del tempo, è questa la nostra forza, abbiamo sempre cercato di andare oltre i confini del tempo, ma nello stesso momento non abbiamo mai negato quello che il tempo ha tracciato dietro di noi, siamo ugualmente i Greci dell’antichità classica e siamo gotici e barocchi, non abbiamo mai rinunciato a quello che siamo stati, anche andando velocemente verso il futuro. Questo è anche l’insegnamento della pittura di Moreno Bondi nella sua oscillazione tra passato (tecnica) e presente (sensibilità e consapevolezza), aggiungendo alla sua opera sempre nuovi dettagli, nuove glosse, nuove postille, nuove storie dell’enigma spirituale, nuove variazioni alle sue immagini, nuovi conflitti tra l’anima ed il corpo, tra le ali nascoste e quelle visibili.
- UN PITTORE FRA I CICLOPI
DI JANUS
C’è un’idea confusa, che si aggira da qualche tempo nel mondo e che affiora in questi tempi calamitosi, che la terra in antico fosse abitata da terribili giganti apportatori di morte e di distruzione. La loro ombra di tanto in tanto riappare nella nostra storia e quindi anche nella nostra cultura, come se fossero segni premonitori d’altri disastri. Gli artisti, soprattutto in questi ultimi decenni, hanno avvertito che quella antica minaccia si è fatta viva perfino nelle cronache quotidiane. Moreno Bondi è, per esempio, uno di questi artisti. Da tempo ha introdotto nella sua estetica e nel contenuto dei suoi quadri l’idea che questi giganti abbiano di nuovo fatto la loro apparizione tra i vivi e tra i morti. Deve aver percepito che le colonne, che dall’antichità reggono la terra, sono oggi un po’ traballanti. Vedremo meglio come questo fenomeno si sia verificato anche nella sua pittura.
Gli uomini primitivi li vedevano nelle ombre che passavano lungo le pareti delle loro caverne o nel fuoco dei vulcani, dove certamente avevano il loro domicilio, o nei fulmini che squarciavano il cielo. La nostra mitologia è tutta una storia di giganti (ma anche molte altre mitologie di cui non è il caso qui di parlare). Zeus stesso è uno dei Titani che lotta contro altri Titani che cercano di scaraventarlo fuori dell’Olimpo. Sappiamo già come questa storia si sia conclusa. Più vicini alla nostra sensibilità sono i giganti che fanno la loro apparizione nell’Antico Testamento. Non si sa bene da dove vengano, chi li abbia creati, ma quando scendono sulla terra sono affascinati dalla bellezza della donne terrestri, con le quali felicemente si uniscono. Poi scompaiono dalla storia e non si sa bene dove siano andati. Ben diverso è l’ultimo gigante di cui sappiamo perfino il nome: Goliath. Le sue vicende ci sono narrate nel libro di Samuele. Sappiamo perfino che è alto due metri e novanta, che indossa una corazza di bronzo del peso di sessanta chili.
Soltanto la punta della sua lancia pesa sette chili. Nessuno osa sfidare la sua forza smisurata. Per quaranta giorni provoca e intimidisce l’esercito d’Israele, ma finalmente, per puro caso, appare un ragazzo di nome David, l’ottavo di otto figli; non ha mai portato armi o corazza, non ha mai combattuto, è un semplice pastore o meglio pastorello, ma non ha paura di nulla. Va incontro al gigante armato d’una semplice fionda. Nelle tasche ha cinque pietre, ma gli basta scagliare la prima ed il gigante stramazza morto al suolo con la testa spaccata. Non ha neanche una spada per decapitarlo e deve prendere quella del gigante. Chi vuole sapere che aspetto avesse questo fanciullo basta che guardi la scultura che gli ha dedicato il Verrocchio. Oppure con un balzo di secoli guardare i quadri di Moreno Bondi che raccontano le storie di altri giganti in lotta con gli uomini o con il fato.
Perché parliamo dunque di giganti? Perché oggi non si può parlare d’arte senza parlare anche dell’attualità. Perché quei giganti fanno parte anche della nostra cultura, dal culto degli eroi alle opere di Wagner, e poi anche la pittura contemporanea non poteva ignorarli poiché ne ha fatto spesso esperienza nelle sue complicate vicende estetiche, da de Chirico a Savinio fino ai nostri giorni. C’è anche un pittore moderno che ha voluto raccontare in altre forme la loro storia. Si chiama, come abbiamo detto all’inizio, Moreno Bondi, è nato a Carrara nel 1959 ed è docente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma di Tecniche pittoriche, cioè di sapienza pittorica. Ha dato il via ad una pittura tumultuosa, intensa, che sembra abbia estratto dal magma della terra.
Ora possiamo mettere insieme i giganti della mitologia ed i giganti che appaiono nella sua pittura. Moreno Bondi narra una storia drammatica che dell’antichità arriva ai nostri giorni, ricorrendo ai miti che hanno forgiato la nostra storia e che hanno nome Pegaso, Amore e Psiche, Eros e Thanatos, Hermes ed Icaro, Chimere e Centauri, Angeli e Demoni, e molti altri fantasmi del passato che riemergono nel tumulto della nostra coscienza. I suoi personaggi sono immersi in un’atmosfera magica, tra architetture di pietre senza tempo, in bilico tra l’eternità e la morte. Inseguono e sono inseguiti. Appartengono all’umanità, ma un poco anche al demoniaco, alla poesia ma anche alla materia. Lottano sempre contro nemici invisibili. Forse lottano prevalentemente contro loro stessi, contro i loro fantasmi, contro le loro passioni, poiché questa pittura è appassionata.
Sono i giganti della nostra epoca terrificante, in lotta contro il male. Nascondono le loro ferite e feriscono. Rievocano l’antica lotta tra Zeus ed i Titani, tra Ulisse ed i Ciclopi, tra David e Goliath, tra il nudo lanciatore di fionda ed il gigante tutto ricoperto di scaglie di bronzo come un serpente, dell’uomo moderno contro le macchine del nostro tempo e contro le implacabili aberrazioni del nostro tempo grondante sangue e oscurità. Sono uomini che cercano di diventare angeli e sono angeli che cercano di umanizzarsi, ma intanto, nell’interno di questa pittura drammatica e nello stesso tempo di raffinata eleganza, si svolge una moderna gigantomachia. È una specie di gioco crudele ed a tratti erotico tra il passato ed il presente, tra la seduzione e l’inganno. Le sue figure sono in lotta contro il destino. Vi sono nei suoi quadri molte ali, ma dove veramente conducono? Sanno ancora volare?
Le sue storie si svolgono probabilmente su un palcoscenico immaginario, ma d’altronde oggi la terra non è un’infuocata rappresentazione scenica e reale del male? La pittura di Moreno Bondi crea immagini fantastiche che sarebbe riduttivo chiamare soltanto metafisiche, immagini un po’ allucinate, travolte da una profonda emozione, oniriche e reali, come se la pelle dei suoi personaggi fosse cosparsa di profumi e di veleni. Possiamo dire che questa pittura è anche violenta? Lo è nel senso che rifugge dalla tranquillità e vuole essere a tratti rissosa. Vuole forse scandalizzare in un’epoca dove spesso la pittura è un po’ troppo facile, un po’ troppo evanescente, non vuole responsabilità. Anche questa esposizione, dopo molte altre in giro per l’Italia, è stata soprattutto costruita dall’ostinata volontà di un artista che non ha paura di buttare le sue immagini nel tumulto del mondo.
- COME UN COLTO ALCHIMISTA
di VIVIANA BUCARELLI
L’esperienza artistica di Moreno Bondi, nato a Carrara nel 1959, matura nell’ambito della storia e della cultura d’una terra ricca di un passato antico come la Toscana. Sin dagli anni di studio presso l’Accademia delle Belle Arti della sua città, Bondi studia l’arte di Michelangelo, di Caravaggio e di Guercino, si appropria del mestiere antico di pittore, apprende le tecniche tradizionali, si dedica allo studio dei materiali e si sofferma con particolare attenzione sugli equilibri formali e compositivi delle opere del passato. Parallelamente, approfondisce lo studio delle tecniche scultoree, in particolare sul marmo, come nella tradizione della storia della sua Carrara, con Floriano Bodini. Dal marmo l’artista mutua austerità ed essenzialità come regola per i dipinti. La scultura contribuisce ad intensificare la sua passione per la materia, per la fisicità delle cose, per la spazialità. Ed il suo linguaggio sarà poi costantemente presente anche nelle opere pittoriche. Nell’opera di Bondi pittura e scultura si compenetrano e si armonizzano con dei linguaggi complementari.
Appena terminati gli studi in Accademia Bondi si dedica completamente e con particolare passione alla ricerca sulle tecniche pittoriche, attraverso lo studio e l’interpretazione dei manuali antichi, la sperimentazione e la rielaborazione delle formule originarie dei colori usati tra Rinascimento e Seicento. Come un colto alchimista, Bondi sperimenta oltre tremila ricette di colore e riproduce una materia pittorica fedele agli olii di secoli fa e che permettono all’artista di realizzare la rarissima tecnica di fresco su fresco.
Nel 1987 diventa il più giovane Titolare presso l’Accademia delle Belle Arti di Carrara per la cattedra di Tecniche Pittoriche. In seguito, dal 1999, è Docente Titolare presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma. Bondi partecipa ad esposizioni personali e collettive in Italia, ed in particolare presso il Palazzo delle Esposizioni a Roma (Gli Angeli sopra Roma, 1999) e a Palazzo Caselli a Carrara (Aforismi, 2001). All’estero espone presso presso la Biblioteca Alessandrina (Cleopatra fra storia e mito, Alessandria d’Egitto, 2002), a Il Cairo (2003) e presso il Museum Catharijneconvent di Utrecht (2004). Su commissione della Curia Generalizia dell’Ordine degli Agostiniani scalzi, realizza il Trittico e la Pala d’Altare presso la Chiesa di Gesù e Maria di via del Corso a Roma (1997), ed il ritratto del Cardinal Marchisano presso la Sala degli affreschi di Perin del Vaga del Palazzo della Cancelleria a Roma.
I dipinti di Bondi nascono da una particolare attenzione all’eredità del passato culturale e si propongono in continuità con la tradizione con i canoni classici di ordine, proporzione, equilibrio. Ma l’artista intraprende anche una ricerca di linguaggi pittorici innovativi. Il mondo raccontato nelle sue opere è il suo mondo contemporaneo. Bondi pensa che il passato vada tesaurizzato per poter alimentare il presente. Come ha scritto Antonio Paolucci, “La pittura di Moreno Bondi fa pensare ad uno specchio in cui si riflettono le icone dell’arte antica… [ma] lo specchio si è rotto. Riflette Michelangelo e Caravaggio e i naturalisti del Seicento in disarticolati frammenti”.Nell’opera di Bondi coesistono inoltre l’evocazione della grande metafisica e del surrealismo insieme alla raffigurazione della concretezza della materia, sempre protagonista, della fisicità del lavoro, della composizione fatta di spazi pieni e di vuoti. E così forme inspiegabili, simboli enigmatici, sogni e visioni dell’inconscio alcune volte parlano dell’autore e del suo mondo, altre volte alludono ad un passato antico che ancora è spunto di suggestioni profonde e di molteplici significati.